Sabato 20 giugno, mentre l'attenzione mediatica in questi momenti si i interamente concentrata sulla prossima visita a Pompei per il primo anniversario dell'elezione, un altro gesto di Papa Leone XIV rischia di passare sotto traccia: la tappa a Pavia, dove sono custodite le reliquie di Sant'Agostino nella Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro. Eppure, proprio lì si potrebbe compiere un gesto altamente simbolico. Non una semplice visita devozionale, ma un atto carico di significato ecclesiale, culturale e persino geopolitico.
Agostino è una figura-ponte in tutti i sensi. Ponte tra paganesimo e cristianesimo, tra inquietudine e fede, tra filosofia classica e teologia cristiana. La sua conversione, maturata tra l'esperienza di Cassiciacum e il battesimo ricevuto a Milano, segna uno dei momenti più intensi della storia spirituale dell'Occidente. Ma ciò che colpisce non è solo il passaggio interiore: è la scelta successiva. Dopo la conversione, Agostino non rimane nel cuore culturale dell'Impero. Torna nella sua terra natale, in Africa, e decide di inscrivere tutta la sua opera dentro la Chiesa d'Africa.
Questo ritorno non è una fuga, ma un atto di libertà. Agostino esercita la libertà di situarsi dentro la propria cultura senza chiudersi in essa. Combatte il particolarismo donatista proprio facendo leva sull'appartenenza della Chiesa d'Africa alla Chiesa universale. La sua battaglia contro il donatismo non è una semplice disputa disciplinare: è un'affermazione dell'unità cattolica contro ogni tentazione di autoreferenzialità.
E tuttavia, lo stesso Agostino difende con forza la libertà della Chiesa d'Africa nei confronti di Roma quando è in gioco la propria tradizione teologica ed ecclesiologica.
La crisi pelagiana e le difficoltà con papa Zosimo mettono in luce una dinamica complessa: comunione non significa subordinazione passiva. Quando la Chiesa d'Africa ritiene di dover difendere la propria eredità teologica, lo fa con franchezza. Quando rifiuta che un chierico africano vada a Roma per risolvere controversie che devono essere affrontate in Africa, afferma una responsabilità locale che non rompe l'unità, ma la rafforza.
È qui che la visita a Pavia assume una luce nuova. In un tempo in cui il cristianesimo europeo è attraversato da tensioni identitarie e da tentazioni di chiusura, Agostino ricorda che l'universalità non è omologazione, ma intreccio di culture.
L'Africa di Agostino non era periferia marginale, ma laboratorio teologico. Il suo pensiero nasce in un contesto plurale, attraversato da conflitti religiosi, correnti filosofiche, fermenti sociali.
E oggi? Gli Amazigh, spesso ridotti a categoria etnica indistinta, non sono una "razza", ma un insieme etno-linguistico e culturale che attraversa i confini moderni di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania e Niger. La loro lingua, il Tamaziɣt, è riconosciuta ufficialmente solo in Marocco e in Algeria, con esiti diversi. Il Marocco ha intrapreso, pur tra limiti e contraddizioni, un percorso più coerente di valorizzazione dell'identità amazigh, integrandola nel discorso costituzionale e nazionale.
Questo dato non è marginale. Il riconoscimento della pluralità culturale è spesso il primo passo verso una maggiore tolleranza religiosa. Agostino stesso, uomo formato nella cultura latina ma radicato nel suolo africano, incarna una sintesi che non cancella le differenze. La sua vicenda mostra che l'identità non è mai monolitica.
La visita di Leone XIV a Pavia, nel silenzio relativo che stanno daando i media, può essere letta come un richiamo a questa lezione. Tornare ad Agostino significa riscoprire un cristianesimo capace di abitare le culture senza idolatrarle, di difendere l'unità senza soffocare le libertà locali, di essere ponte in un mondo frammentato.
In un'Europa che fatica a dialogare con il Mediterraneo e con l'Africa, il vescovo di Ippona continua a suggerire una via: radicarsi per aprirsi, appartenere per includere, credere senza smettere di cercare.
Marco Baratto
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