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Bannon, Vaticano e “scisma americano”: tra documenti, narrazioni e conflitto culturale


Le rivelazioni emerse dai cosiddetti "Epstein files" hanno riacceso l'attenzione su un nodo delicato: il rapporto tra settori del conservatorismo politico statunitense e il pontificato di Papa Francesco. In particolare, alcuni scambi tra Steve Bannon, già stratega di Donald Trump, e Jeffrey Epstein suggerirebbero l'idea di un'operazione mediatica volta a colpire l'immagine del Papa attraverso la produzione di un film ispirato al libro In the Closet of the Vatican del giornalista francese Frédéric Martel.

Il volume, pubblicato nel 2019 e tradotto in numerosi Paesi, sosteneva che una percentuale molto alta del clero vaticano fosse omosessuale, definendo il Vaticano come una delle più grandi comunità gay del mondo. Il libro ebbe un impatto mediatico enorme, ma fu anche oggetto di critiche metodologiche e contestazioni interne alla Chiesa. L'idea, attribuita a Bannon, di trasformare l'inchiesta in un film con potenziale impatto globale rientrerebbe in una strategia di comunicazione aggressiva, tipica delle guerre culturali contemporanee.

Tuttavia, dai documenti pubblicati non emergono prove concrete che il progetto sia mai entrato in una fase operativa. Le email riportate indicano discussioni e suggestioni, ma non attestano la realizzazione di una campagna coordinata. È dunque necessario distinguere tra un'intenzione o provocazione e un piano effettivamente strutturato. Nel clima polarizzato degli ultimi anni, il rischio è trasformare ogni scambio controverso in prova di una cospirazione sistemica.

Lo scontro tra papa Francesco e l'area conservatrice USA

Per comprendere la portata del caso, occorre guardare al contesto più ampio. Il pontificato di papa Francesco ha rappresentato una svolta pastorale e simbolica su diversi temi: accoglienza dei migranti, critica all'economia finanziaria globale, attenzione all'ambiente, dialogo interreligioso e apertura verso le periferie esistenziali. Queste posizioni hanno suscitato forte entusiasmo in molti ambienti ecclesiali, ma anche resistenze marcate in settori del cattolicesimo statunitense più legati a una visione identitaria e politicamente conservatrice.

Negli Stati Uniti, una parte del mondo cattolico si intreccia con il movimento evangelico e con il nazionalismo culturale. In questo ambiente, il Papa è talvolta percepito non solo come guida spirituale, ma come attore politico globale le cui prese di posizione hanno effetti sulle dinamiche interne americane. L'enfasi sull'accoglienza dei migranti, ad esempio, è stata letta da alcuni come un'interferenza morale nel dibattito sulla sicurezza dei confini. Analogamente, la critica al capitalismo deregolato è stata interpretata come un attacco ideologico.

Da qui nasce l'espressione – giornalistica più che canonica – di "scisma americano". Non esiste uno scisma formale: la Chiesa cattolica negli Stati Uniti resta pienamente in comunione con Roma. Tuttavia, esiste una frattura culturale e narrativa che oppone una visione universalista e pastorale della Chiesa a una visione più identitaria e combattiva.

Il fattore mediatico e la logica della delegittimazione

Nel contesto contemporaneo, la battaglia non si combatte soltanto sul piano teologico, ma su quello comunicativo. Produrre un film tratto da un libro controverso come quello di Martel avrebbe significato spostare il confronto su un terreno emotivo e scandalistico. Il linguaggio dello scandalo ha un potere dirompente, soprattutto in un'epoca dominata dai social media e dalla viralità.

Le email in cui si discute del Vaticano, comprese frasi come "Meglio regnare all'Inferno che servire in Paradiso", mostrano un registro simbolico e polemico. Ma il salto tra retorica e strategia operativa non è dimostrato. È plausibile che il Vaticano fosse visto da alcuni ambienti come un avversario culturale; meno chiaro è che esistesse un piano organico per destabilizzare il pontificato.

Il tema di un Papa americano e la dinamica del potere

L'ipotesi di un futuro "Papa Leone" americano – evocata nel dibattito pubblico – viene letta da alcuni come risposta a questa tensione: un pontefice proveniente dagli Stati Uniti potrebbe conoscere dall'interno le dinamiche politiche e mediatiche del Paese e saperle gestire con maggiore efficacia. Storicamente, la Chiesa ha spesso scelto papi in grado di rispondere a sfide geopolitiche specifiche. Basti pensare a Papa Leone XIII, che con l'enciclica Rerum Novarum intervenne sulle questioni sociali della modernità industriale.

Tuttavia, parlare di "tentazione cesaropapista di Washington" implica un'idea forte: quella di un potere politico che cerca di influenzare o condizionare la guida spirituale della Chiesa. Negli Stati Uniti non esiste una Chiesa di Stato, ma l'intreccio tra religione e politica è strutturalmente rilevante. La fede è spesso parte integrante dell'identità pubblica e delle campagne elettorali. In questo scenario, un Papa percepito come politicamente scomodo può diventare bersaglio di attacchi mediatici.

Conclusione

Il caso Bannon–Epstein, al netto delle suggestioni, rivela soprattutto l'intensità della polarizzazione culturale che attraversa il cattolicesimo contemporaneo. Più che una prova di un complotto compiuto, i documenti mostrano un clima di conflitto simbolico in cui il Papa può essere interpretato come attore politico globale.

Lo "scisma americano", se esiste, è per ora uno scisma narrativo e culturale, non istituzionale. La vera sfida per la Chiesa non è soltanto difendersi da eventuali campagne ostili, ma ricomporre una comunione interna in un mondo in cui politica, media e religione si intrecciano sempre più strettamente.

Marco Baratto

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