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Ambrogio accanto ad Agostino: il silenzio che guida la Chiesa


C'è uno stile che non fa rumore, che non si impone con le parole ma con la coerenza delle scelte. È uno stile che oggi ritroviamo, intrecciato e quasi speculare, nel ministero di Papa Leone XIV e di mons. Mario Enrico Delpini. Uno stile che molti faticano a comprendere proprio perché non cerca l'applauso, non indulge nella dichiarazione immediata, non risponde colpo su colpo alle provocazioni. È lo stile del silenzio fecondo, della kenosi, dello svuotamento di sé per lasciare spazio all'essenziale: il Vangelo e il popolo di Dio.

La recente nomina di mons. Radaelli – sacerdote ambrosiano – e il fatto che Papa Leone abbia voluto accanto a sé, nel cuore del Dicastero per il Clero, una figura che viene dalla scuola di Ambrogio, non è un dettaglio tecnico. È un segno. Possiamo dirlo senza forzature simboliche: Agostino ha voluto Ambrogio vicino a sé. Non per nostalgia colta, ma per una profonda consonanza spirituale e pastorale. È un modo di governare che non nasce dall'ideologia, ma dall'ascolto; non dal bisogno di affermarsi, ma dalla libertà interiore di chi sa di non dover dimostrare nulla.

Papa Leone XIV, a differenza del suo predecessore, non parla continuamente e non risponde direttamente a ogni sollecitazione. Non è timidezza, né mancanza di coraggio. È, al contrario, una forma più alta di audacia: il coraggio raffinato delle azioni. Leone non punta a chiarire la posizione del vescovo di turno, né a commentare ogni dibattito mediatico. Punta sull'ascolto e, soprattutto, sulla capacità di muovere le persone giuste nei luoghi giusti, come si è visto chiaramente anche negli Stati Uniti. L'obiettivo non è vincere una polemica, ma ricordare il magistero della Chiesa con i fatti, restituendogli carne e concretezza.

Questo stesso stile attraversa il ministero di mons. Mario Delpini. Capo rito al pari del Vescovo di Roma, forse l'arcivescovo più sottovalutato – e diciamolo pure, ignorato e spesso criticato – che abbia occupato la cattedra di Ambrogio negli ultimi decenni. E questo ferisce, soprattutto quando tale incomprensione emerge proprio in settori cattolici ambrosiani che sembrano aver smarrito il senso profondo dell'ambrosianità. Un senso che Delpini ha saputo esprimere con limpidezza, ad esempio, nell'omelia per i funerali di Silvio Berlusconi: una pagina che ha tenuto insieme verità, misericordia e rispetto per il mistero di ogni vita umana.

Viene da dirlo, con amarezza ma anche con onestà: la Chiesa di Milano, oggi, forse non si merita mons. Delpini. Per troppo tempo siamo stati abituati a figure forti, carismatiche, riconoscibili anche mediaticamente. Lui stesso, con quella ironia disarmante che è già teologia vissuta, lo aveva intuito al momento della nomina: «Di questa nomina, io sento soprattutto la mia inadeguatezza. Lo vedete già dal nome. I miei predecessori hanno nomi solenni: Angelo, Dionigi, Carlo Maria, Giovanni Battista, Ildefonso… Voi vi domanderete: "ma Mario, che nome è?"».

Eppure è proprio qui il punto. Mario: che nome è? Come Robert, o Bob, Prevost: che nome è? Sono nomi senza aura, senza costruzione simbolica. Nomi di pastori. Pastori non compresi, spesso osteggiati, ma veri. Pastori che non vogliono essere ricordati come grandi teologi, strateghi, riformatori o uomini di potere. Vogliono essere, semplicemente, pastori.

Papa Leone XIV e mons. Delpini condividono questa radicale libertà: non vogliono essere "qualcuno". Vogliono essere nessuno, nel senso evangelico più profondo. E proprio per questo risultano incomprensibili al mondo, alle curie, a molti vescovi e persino a una parte dei fedeli. Perché non indossano etichette, non giocano con i linguaggi del potere, non cercano consenso. Si muovono in un registro più scomodo: quello della fedeltà.

In questo, davvero, il Vescovo di Roma e quello di Milano sembrano voler essere Agostino e Ambrogio. Con tutte le debolezze straordinarie di Agostino e Ambrogio, e con tutte le loro grandezze. Non statue, ma uomini. Non miti, ma pastori. Ed è forse proprio questo che oggi più ci inquieta e, insieme, ci salva. Perché nel loro silenzio, nella loro kenosi, ci ricordano che la Chiesa non si regge sul rumore, ma sulla grazia.

Marco Baratto

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