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Nicea 2025: il Credo che ricuce la storia


Il gesto che Papa Leone XIV compirà a Nicea, pronunciando solennemente il Credo niceno-costantinopolitano senza il Filioque, va molto oltre il linguaggio liturgico: è un atto simbolico, teologico ed ecclesiologico di portata storica. Quello stesso testo — "Crediamo nello Spirito Santo… che procede dal Padre" — risuonerà nel luogo in cui, nel 325 e poi nel 381, esso venne definito per la prima volta come professione comune di fede delle Chiese indivise.

Questo gesto non significa che la Chiesa cattolica rinunci alla propria tradizione, ma segna la fine di una sovrastruttura teologica e culturale sviluppatasi dopo la separazione dall'Oriente. Il Filioque, introdotto nel mondo latino nei secoli successivi, divenne progressivamente non solo una formula dottrinale, ma un motivo identitario di distinzione rispetto alla Chiesa d'Oriente. Oggi quello che era nato come aggiunta devota diviene terreno di riconciliazione attraverso il ritorno al testo originale comune.

Papa Leone XIV non sta ripercorrendo — né tenta di imporre — una visione di unità intesa come assorbimento delle altre confessioni nella Chiesa di Roma. La prospettiva è diversa: recuperare la modalità con cui le Chiese vivevano nel primo millennio, quando sussistevano differenze liturgiche, canonistiche e teologiche che non erano percepite come minacce ma come espressioni legittime dell'una fede in Cristo.

Nel suo magistero emerge con chiarezza l'idea di "camminare insieme". Già i primi discorsi di Papa Leone XIV riecheggiano quelli di Papa Francesco: ogni gesto di preghiera comune, ogni professione condivisa, ogni silenzio recitato nello stesso respiro, sono pietre vive per la ricostruzione dell'unità. In questa prospettiva va letto anche l'incontro con la Chiesa d'Inghilterra e le celebrazioni comuni della Parola.

È istruttivo guardare retrospettivamente anche all'enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II (1995), nella quale il Papa polacco indicava l'unità dei cristiani come missione irreversibile del suo pontificato. Ma quella visione — pur generosa — era ancora strutturata nella prospettiva del ritorno delle altre confessioni "alla Chiesa cattolica". Papa Leone XIV compie un passo ulteriore: riconosce che l'unità non deve cancellare le differenze, né uniformare le identità.

È qui che il gesto liturgico diventa gesto profetico: recitare il Credo come lo recitavano i cristiani prima della divisione tra Oriente e Occidente significa riconoscere che l'unità non è da costruire, ma da riconoscere e ritrovare.

Nella stessa direzione si colloca la proposta — ormai percepita come urgente — di tornare a una data di Pasqua comune secondo il computo niceno. Mentre la Chiesa latina segue il calendario gregoriano, le Chiese ortodosse e cattoliche orientali bizantine adottano ancora il giuliano. Unificare la Pasqua significherebbe vivere insieme il Mistero centrale della fede cristiana: la Risurrezione.

La Chiesa cattolica continuerà a essere latina nella sua liturgia e nel suo diritto, e il Vescovo di Roma manterrà il suo ruolo petrino. Ma i segni del pontificato di Leone XIV ci dicono che la Chiesa del XXI secolo sta ritrovando il coraggio di essere cattolica nel senso originario del termine: universale, plurale, sinfonica.

Nicea 2025 non sarà solo una commemorazione. Sarà il gesto che ricuce la storia, restituendo alle Chiese la memoria di ciò che erano — e la possibilità di ciò che possono tornare ad essere: un'unica famiglia di Cristo, nella differenza, nella comunione e nella pace.

Marco Baratto

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