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Venezuela : il Papa parla ai potenti senza nominarli

Con animo colmo di preoccupazione. Così inizia il messaggio del Papa sulla situazione in Venezuela, e già in queste prime parole si coglie lo stile di Leone: misurato, pastorale, apparentemente rivolto solo alla sofferenza di un popolo lontano, eppure carico di una densità politica e morale che va ben oltre i confini di Caracas. Non è un discorso gridato, non è una denuncia frontale. È qualcosa di più sottile. È un colpo piazzato con precisione chirurgica.

Il cuore del testo è limpido: il bene dell'amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione. Giustizia, pace, superamento della violenza, rispetto dei diritti umani e civili, attenzione ai poveri schiacciati dalla crisi economica. Tutto questo rientra pienamente nel magistero sociale della Chiesa. Ma è nell'inciso apparentemente neutro – "garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione" – che il messaggio cambia livello.

Qui il Papa non parla solo al Venezuela. Parla al mondo. E in particolare parla a chi, in nome di interessi geopolitici, economici o ideologici, pensa di poter piegare la sovranità degli Stati, interpretare la democrazia a proprio uso e consumo, decidere chi è legittimo e chi no. È una frase che pesa come una pietra, proprio perché non è accompagnata da nomi, accuse o invettive. È dottrina applicata alla storia concreta.

Per questo molti hanno letto in queste parole una sorta di "scomunica morale" rivolta alla Presidenza americana e, simbolicamente, a Donald Trump. Non una scomunica canonica, ovviamente, ma qualcosa che nel linguaggio vaticano ha un valore forse ancora più incisivo: la delegittimazione etica di un certo modo di esercitare il potere. Papa Leone non dice "avete torto". Dice: esiste un ordine giuridico, esiste una Costituzione, esiste la sovranità di un popolo. E chi li calpesta si pone fuori da un orizzonte di giustizia.

Qui emerge con forza la differenza rispetto a Papa Francesco. Francesco era il pastore che parlava ai potenti con il linguaggio diretto del profeta biblico, spesso spiazzante, talvolta urticante. Leone, invece, sembra muoversi come un tennista solitario: studia l'avversario, osserva il campo, aspetta il momento giusto e poi mette a segno il colpo. Non alza la voce, non rompe la racchetta. Lascia che sia la palla a fare il suo corso.

Questo stile rende i suoi messaggi più difficili da attaccare, ma anche più destabilizzanti. Perché non offrono appigli polemici. Non c'è una frase da strumentalizzare, un insulto da ribattere, un nemico dichiarato da combattere. C'è solo una cornice morale che, una volta posta, costringe tutti a fare i conti con essa.

Non è un caso che Papa Leone sia percepito da ampi settori del cattolicesimo americano come un nemico, se non addirittura come un traditore. In gioco non c'è solo la politica estera o il Venezuela. C'è una visione del rapporto tra fede, potere e nazione. Leone rifiuta l'idea di una Chiesa arruolata in un progetto identitario o nazionalista. Rifiuta la confusione tra cristianesimo e interessi imperiali. E lo fa non con proclami, ma con il linguaggio universale del diritto, della pace e della dignità umana.

L'invocazione finale alla Madonna di Coromoto e ai santi venezuelani, José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles, completa il quadro. Non è un dettaglio devozionale. È un modo per radicare la questione nella storia e nella spiritualità di un popolo concreto, sottraendola alle astrazioni della geopolitica. Il Papa non parla "del" Venezuela, parla "con" il Venezuela, affidandolo a figure che incarnano cura, santità quotidiana, servizio ai più deboli.

In questo senso, il messaggio di Leone è profondamente sovversivo. Non perché inciti alla rivolta, ma perché riafferma un principio che molti potenti preferirebbero dimenticare: la sovranità non appartiene agli imperi, ma ai popoli; la legittimità non nasce dalla forza, ma dal diritto; la pace non si impone, si costruisce.

Se questa è una scomunica, è una scomunica silenziosa. Non esclude nessuno dalla Chiesa, ma chiama tutti a un esame di coscienza. Ed è proprio per questo che fa così male.

Marco Baratto

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