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Quando il potere non ha bisogno di mostrarsi: la monarchia contro il mito della visibilità

 Nel dibattito pubblico contemporaneo si assiste a una confusione sempre più marcata tra visibilità e presenza, tra esposizione mediatica e reale esercizio dell'autorità. È una confusione che rivela non solo una crisi della politica, ma una crisi più profonda del modo stesso in cui la modernità comprende il potere. A mettere a fuoco con lucidità questo nodo è Zakia Laaroussi, nel suo articolo duro e giustificato, pubblicato su diversi quotidiani e rilanciato in Italia dal sito focusmediterraneo.it, dal titolo "Quando il silenzio diventa sovrano: una lettera d'amore a un Re tranquillo e un'accusa all'ossessione rumorosa".

 In un passaggio centrale dell'articolo, Laaroussi scrive:

 "L'errore ricorrente è confondere la visibilità con la presenza. Quando l'immagine diventa la condizione dell'esistenza politica, qualsiasi assenza è percepita come un difetto. Ma quando il potere è istituzionalizzato, quando il processo decisionale è incorporato nella struttura stessa dello Stato, la distanza dalla scena cessa di essere una minaccia. Diventa un mero dettaglio." 

 Queste parole colgono con precisione chirurgica uno dei mali del nostro tempo. La società contemporanea, dominata dal flusso continuo di immagini, dichiarazioni e prese di posizione, fatica a concepire un potere che non si esprima costantemente attraverso la visibilità. Il silenzio viene interpretato come debolezza, la discrezione come mancanza, l'assenza dalla scena come vuoto di autorità.

 Eppure, questa logica è radicalmente estranea alla tradizione monarchica, dove il potere non nasce dall'esposizione, ma dalla continuità. Gli attacchi rivolti al Re del Marocco ne sono una dimostrazione evidente rivelano un'incapacità strutturale di comprendere la differenza tra un sovrano e un politico. Il politico moderno vive di visibilità: deve mostrarsi, parlare, spiegare, giustificare. Il Sovrano, invece, è. La sua presenza non coincide con la sua immagine, ma con l'esistenza stessa dell'istituzione che incarna. 

Quando il potere è davvero istituzionalizzato, come osserva Laaroussi, la distanza dalla scena non è una minaccia: è parte integrante del suo funzionamento. Questa riflessione non riguarda soltanto il Marocco. Da italiano e cattolico, pongo da mesi la stessa domanda a coloro che accusano il Santo Padre di essere "silenzioso" o "poco visibile".

 Anche il Papa, infatti, è un monarca: non solo Capo spirituale della Chiesa cattolica, ma anche Capo di Stato di una monarchia assoluta, la Città del Vaticano. Pretendere da lui una presenza mediatica continua significa fraintendere radicalmente la natura del suo ruolo. 

Il Papa non è un capo politico in cerca di consenso, ma un Sovrano spirituale e istituzionale, la cui autorità non dipende dalla frequenza delle sue apparizioni. Ogni vero governante sa che il potere autentico non ha bisogno di essere costantemente esibito. Questo vale in generale, ma vale ancor più per le monarchie. La visibilità è una necessità dei sistemi elettivi, dei Presidenti della Repubblica, dei politici che devono rinnovare ciclicamente la propria legittimazione.

 Il Sovrano, invece, non è chiamato a convincere, ma a garantire continuità. La sua forza sta proprio nel non confondersi con il rumore del tempo presente. Figure come il Re del Marocco, Sua Maestà Carlo III e il Pontefice romano incarnano oggi gli ultimi baluardi di una concezione del potere che la modernità tende a rifiutare: quella secondo cui la monarchia trascende la persona del sovrano. Il Re passa, l'istituzione resta. I cittadini sanno che vi è il Re, anche senza vederlo quotidianamente. Sanno che l'autorità esiste, anche senza proclami. Questa consapevolezza non genera ansia, ma stabilità. Nel caso di Papa Leone XIV, questa dinamica appare ancora più evidente.

 Dopo anni in cui i Pontefici sono stati incasellati dai media in categorie rassicuranti — "papa teologo", "papa missionario", "papa della Chiesa in uscita" — la Chiesa si trova oggi davanti a un Papa che rifiuta le etichette. Un Papa che esercita il suo ministero come Capo religioso e Capo di Stato, spogliando se stesso per far emergere l'istituzione. Non cerca una narrazione personale, non alimenta un personaggio, non si presta alla logica dell'iper-comunicazione. 

 Questa è l'essenza più profonda della monarchia: spogliare la figura della persona per far emergere l'istituzione. Ridurre l'io per rafforzare il ruolo. In un'epoca che esalta l'individuo e diffida delle strutture, la monarchia ricorda che il potere non è mai solo personale, ma simbolico, storico, trascendente. È proprio questa distanza, questo silenzio, a renderlo solido. Come scrive Zakia Laaroussi, quando il potere è davvero incorporato nella struttura dello Stato, la distanza dalla scena diventa un dettaglio. In un mondo ossessionato dalla visibilità, il Sovrano silenzioso appare anacronistico. 

In realtà, è profondamente sovversivo. Ricorda che governare non significa apparire, ma essere. E che, talvolta, il silenzio non è assenza di potere, ma la sua forma più alta.  
Marco Barattoc

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