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Oltre le paci di parte: il multilateralismo come lingua comune della famiglia dei popoli


Il discorso di Papa Leone XIV al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, pronunciato il 9 gennaio 2026, costituisce una risposta chiara e articolata anche a iniziative che, come il Board of Peace americano, si propongono come alternative o correttivi alle Nazioni Unite, ma nascono e operano a partire da una visione parziale del mondo. Senza mai citare direttamente tali organismi, il Pontefice ne mette in luce i limiti strutturali e culturali, riaffermando con forza il valore del multilateralismo autentico contro ogni tentazione di sostituirlo con piattaforme promosse "da una sola parte".

Papa Leone riconosce anzitutto il ruolo storico delle Nazioni Unite: la mediazione dei conflitti, la promozione dello sviluppo, la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Non si tratta di una difesa acritica. Al contrario, il Papa ammette la necessità di riforme profonde affinché l'ONU non continui a rispecchiare un mondo ormai superato, quello del dopoguerra, ma sappia interpretare le sfide del presente: tensioni geopolitiche multipolari, disuguaglianze strutturali, crisi climatiche e umanitarie. Tuttavia, ciò che va riformato è l'efficacia e l'orientamento dell'azione multilaterale, non il suo principio ispiratore.

È qui che emerge implicitamente la critica a organismi come il Board of Peace. Quando la pace viene promossa da strutture nate sotto l'egida di un singolo Stato o di un'area geopolitica, essa rischia di essere percepita – e spesso di essere realmente – come espressione di interessi particolari. Anche quando animati da buone intenzioni, tali organismi mancano di una caratteristica essenziale: la rappresentatività della pluralità dei popoli e delle culture. La pace, sembra ricordare il Papa, non può essere "esportata" come un modello prefabbricato, né imposta attraverso categorie linguistiche e morali che non sono universalmente condivise.

In questo senso, l'elogio del multilateralismo assume un valore profondamente politico e culturale. Il multilateralismo non è solo una tecnica diplomatica, ma un luogo simbolico, paragonabile all'antico foro romano o alla piazza medievale: uno spazio in cui ci si incontra per parlare. Ma parlare, sottolinea Leone XIV, non è un atto neutro. Per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Senza un linguaggio comune, il confronto si riduce a una somma di monologhi contrapposti.

Il Papa individua proprio qui una delle crisi più gravi del nostro tempo: la perdita di aderenza tra parole e realtà. Il significato dei termini fondamentali diventa fluido, ambiguo, manipolabile. Concetti come pace, diritti, libertà, inclusione vengono piegati a narrazioni ideologiche, spesso promosse dai soggetti più forti sul piano politico e mediatico. Il riferimento a Sant'Agostino – due uomini che non riescono a comprendersi perché parlano lingue diverse – descrive efficacemente un ordine internazionale in cui la comunanza di natura e di destino non basta più a creare intesa.

In tale contesto, il linguaggio smette di essere strumento di incontro e diventa un'arma. Non serve più a conoscere l'altro, ma a colpirlo, delegittimarlo, escluderlo. È una dinamica che può manifestarsi tanto nelle istituzioni globali quanto in organismi alternativi che, pur proclamando la pace, adottano un lessico ideologicamente orientato. Il Papa mette in guardia da questa deriva: senza parole chiare e ancorate alla verità, non può esserci dialogo autentico né mediazione efficace. E senza mediazione, la pace lascia spazio alla logica della forza.

Particolarmente incisiva è la riflessione sulla libertà di espressione. Leone XIV smaschera un paradosso tipico delle democrazie occidentali contemporanee: l'indebolimento della parola viene spesso giustificato in nome della libertà. In realtà, afferma il Papa, la libertà di parola è garantita proprio dalla certezza del linguaggio. Quando si afferma un "nuovo linguaggio" dal sapore orwelliano, che pretende di essere inclusivo ma esclude chi non si conforma, si restringono gli spazi del dissenso e del pluralismo. Questo vale tanto nelle società civili quanto nei consessi internazionali.

Le conseguenze di tale approccio si riflettono direttamente sui diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. L'obiezione di coscienza, difesa con chiarezza nel discorso, rappresenta un punto di non negoziabilità per una pace autentica. Essa non è una ribellione all'ordine giuridico, ma un atto di fedeltà alla dignità personale. In un mondo in cui anche Stati che si proclamano paladini dei diritti umani mettono in discussione questa libertà, il Papa richiama un principio essenziale: una società libera non impone uniformità morale, ma protegge la diversità delle coscienze.

In conclusione, il discorso di Papa Leone XIV si configura come una risposta preventiva e sostanziale a ogni tentativo di sostituire il multilateralismo con iniziative di parte. Il Board of Peace americano, come altri organismi simili, è implicitamente invitato a interrogarsi sulla propria legittimità universale. La pace non nasce da tavoli ristretti né da linguaggi ideologici, ma da spazi realmente condivisi, dove le parole tornano a significare ciò che sono chiamate a dire. Solo così la famiglia dei popoli potrà riconoscersi e camminare insieme verso un futuro più giusto.

Marco Baratto

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