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Il Vaticano muove in silenzio sul Venezuela: l’ombra di Roma sull’incontro tra Machado e Trump


Mentre i riflettori della politica internazionale sono puntati su Washington e sull'atteso incontro tra Donald Trump e Maria Corina Machado, un altro attore si muove lontano dalle telecamere, con la pazienza e la precisione della diplomazia secolare: il Vaticano. È una presenza discreta, quasi impercettibile, ma capace di alterare gli equilibri più delle dichiarazioni roboanti. Sul futuro del Venezuela, Roma ha deciso di far sentire il proprio peso senza alzare la voce.

La leader dell'opposizione venezuelana arriverà nella capitale statunitense la prossima settimana. Ad annunciarlo è stato lo stesso Trump durante un'intervista a Hannity su Fox News: "Ho capito che verrà e non vedo l'ora di salutarla". Parole misurate, ma sufficienti a riaprire uno spiraglio dopo giorni di gelo. Machado spera di convincere il presidente americano di essere lei la figura più legittimata a guidare la transizione del Paese, dopo la caduta di Nicolás Maduro. Tuttavia, dietro l'apparente dialogo bilaterale tra Caracas e Washington, si intravede una terza linea diplomatica che passa per i Sacri Palazzi.

Solo pochi giorni prima, Trump aveva infatti spiazzato l'opposizione venezuelana annunciando la volontà di collaborare con Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim con l'appoggio di settori dell'apparato chavista. Una scelta giustificata, secondo la Casa Bianca, dall'assenza di un sostegno reale dell'opposizione tra i militari e le élite economiche del Paese. Machado era stata di fatto marginalizzata. "Non gode del rispetto necessario all'interno del Venezuela", aveva detto Trump, liquidando con una frase anni di battaglie politiche.

Parole che hanno gelato non solo il team della leader venezuelana, ma anche una parte consistente del Partito Repubblicano, in particolare i parlamentari della Florida legati alla diaspora venezuelana. È in questo clima che si inserisce, con estrema cautela, l'azione del Vaticano.

L'udienza concessa da Papa Leone XIV a Machado – comparsa senza preavviso nell'agenda ufficiale – è da  interpretare come una mossa di diplomazia sottile, ma tutt'altro che neutrale. Nessun comunicato, nessuna dichiarazione sul contenuto dell'incontro. Eppure, il solo annuncio è bastato a lanciare un messaggio chiaro a Washington: la Santa Sede non intende restare ai margini del processo di transizione venezuelano.

Per il Vaticano, il Venezuela non è un dossier qualunque. È un Paese a larghissima maggioranza cattolica, segnato da anni di crisi umanitaria, migrazioni di massa e repressione politica. Accettare una soluzione che affidi il potere a figure percepite come espressione degli apparati chavisti, o a interessi economici internazionali, significherebbe legittimare una "sovranità limitata" incompatibile con la dottrina sociale della Chiesa.

Il messaggio di Roma è articolato su più livelli. Il primo è geopolitico: la Santa Sede rivendica un ruolo nel dialogo sulla transizione e rifiuta l'idea che il futuro del Venezuela venga deciso esclusivamente da Washington. Il secondo è interno agli Stati Uniti: il Papa richiama indirettamente i deputati cattolici americani, invitandoli a non sacrificare i valori e la fedeltà ecclesiale sull'altare della convenienza politica. Il terzo è elettorale: un segnale rivolto al cattolicesimo americano, ancora fortemente attratto dall'universo MAGA, che potrebbe rivelarsi decisivo nelle elezioni di medio termine.

È in questo contesto che si colloca la missione di Machado a Washington. La leader dell'opposizione punta a ricostruire il rapporto con Trump attraverso una strategia dichiaratamente pragmatica: recuperare legittimità internazionale, dimostrare di poter dialogare con i poteri forti venezuelani e, soprattutto, lusingare il presidente americano. Non a caso, Machado sarebbe pronta a consegnargli simbolicamente il suo Premio Nobel per la Pace, gesto che Trump ha definito "un grande onore".

Dietro le quinte, però, pesa ancora il retroscena emerso sul Washington Post: secondo fonti vicine all'amministrazione, Trump non avrebbe mai perdonato a Machado di aver accettato il Nobel. Un dettaglio che, in un contesto normale, sarebbe marginale, ma che con Trump assume un valore politico determinante.

I repubblicani della Florida, come Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart e María Elvira Salazar, continuano a sostenerla apertamente. Per loro, una transizione che escluda Machado sarebbe un boomerang elettorale, soprattutto tra gli americano-venezuelani di Miami, storicamente ostili a qualsiasi compromesso con l'eredità di Maduro.

Trump, dal canto suo, frena: "È troppo presto per le elezioni", ha detto a Fox News. "Il Paese deve essere ricostruito". Machado risponde con sicurezza: se si votasse oggi, vincerebbe con una maggioranza schiacciante.

Nel silenzio ovattato del Vaticano, intanto, la partita continua. Senza dichiarazioni ufficiali, senza prese di posizione esplicite, Roma ha già ottenuto un risultato: costringere Trump a fare i conti con un attore che non si può ignorare e che 2000 anni di storia hanno insegnato come gestire i rapporti internazionali. 

Non è ancora una svolta, ma il punto è stato segnato. E, in diplomazia, spesso basta questo per cambiare l'esito della partita.

Marco Barattoc

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