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Dalla Memoria alla profezia: Leone XIV, Nostra Aetate e il monito contro ogni nuova esclusione


Nel messaggio pubblicato su X in occasione della Giornata della Memoria, Papa Leone XIV ha ribadito con poche ma nette parole che «la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione». Un'affermazione che, a prima vista, si colloca nel solco di una continuità dottrinale ormai acquisita. Ma che, letta con attenzione, soprattutto nella sua seconda parte, assume il valore di un messaggio che va oltre la commemorazione storica e si trasforma in un monito attualissimo, capace di interpellare anche le politiche contemporanee, comprese quelle anti-immigrazione oggi in atto negli Stati Uniti.

Papa Leone XIV si inserisce chiaramente nella tradizione inaugurata da Nostra Aetate (1965), il documento conciliare che ha segnato una svolta epocale nei rapporti tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico, condannando senza ambiguità l'antisemitismo e ogni forma di odio religioso. Ma, più in profondità, il Papa si colloca anche nel solco di una testimonianza precedente e spesso dimenticata: quella di Achille Ratti, Pio XI, che negli anni Trenta si oppose con crescente fermezza alla deriva razzista del fascismo.

Dal 1937 in avanti, a ogni passo del regime verso la codificazione delle leggi razziali corrispose un intervento del Papa per esprimere disgusto morale e condanna teologica. Il 28 luglio 1938, parlando agli alunni di Propaganda Fide, Pio XI affermò senza mezzi termini che «non c'è posto per razze speciali» e che «il nazionalismo e il razzismo sono una vera apostasia». Mentre Mussolini suonava le sue trombe nere, Ratti rispondeva con le campane della coscienza cristiana.

Quando il 5 settembre 1938 fu decisa l'espulsione di studenti e docenti ebrei dalle scuole, il Papa replicò il giorno successivo con parole destinate a restare nella storia: «L'antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare. (…) Spiritualmente siamo tutti semiti». Una frase che non solo sconfessava il razzismo biologico, ma smontava alla radice l'idea stessa di una gerarchia tra i popoli.

È in questa tradizione che Leone XIV si colloca. Ma la forza del suo messaggio non sta solo nel richiamo alla Shoah o nella condanna dell'antisemitismo storico. Sta soprattutto nell'estensione del principio: nessuna discriminazione è accettabile, non solo per motivi religiosi, ma anche per lingua, nazionalità, origine. Qui il discorso si apre inevitabilmente al presente.

Negli Stati Uniti, il dibattito politico degli ultimi anni è stato fortemente segnato da politiche restrittive sull'immigrazione, da retoriche che dipingono il migrante come una minaccia e da provvedimenti che, di fatto, creano categorie di persone meno degne di diritti. Muri, deportazioni accelerate, separazioni familiari, linguaggi disumanizzanti: tutto questo rientra in quella logica di esclusione che la Chiesa, da Pio XI a Leone XIV, ha sempre denunciato come incompatibile con il Vangelo.

Quando il Papa parla di rifiuto di qualsiasi discriminazione per motivi di nazionalità o lingua, il riferimento non è astratto. È un richiamo diretto a quelle società che, pur proclamandosi democratiche e cristiane, tollerano o promuovono politiche fondate sulla paura dell'altro. Così come negli anni Trenta il razzismo veniva giustificato in nome della difesa della nazione, oggi l'ostilità verso i migranti viene spesso mascherata da esigenza di sicurezza o di identità culturale.

La lezione di Pio XI è illuminante anche per il presente. Quando il Duce arrivò a minacciarlo, Ratti rispose con parole durissime, arrivando a dire «Mi vergogno di essere italiano» e dichiarandosi pronto a perdere tutto pur di non tacere. Era la consapevolezza che il silenzio, di fronte all'ingiustizia, equivale alla complicità. Leone XIV, con uno stile diverso ma non meno chiaro, sembra raccogliere quella stessa eredità profetica.

La Giornata della Memoria, allora, non diventa solo un esercizio di ricordo del passato, ma un criterio di giudizio sul presente. Ricordare la Shoah significa riconoscere i segnali che precedono l'abisso: la normalizzazione del linguaggio d'odio, la riduzione dell'altro a problema, la creazione di capri espiatori. In questo senso, il messaggio di Leone XIV parla anche all'America di oggi, invitandola a interrogarsi sulla coerenza tra i valori proclamati e le politiche praticate.

Come Pio XI davanti alle leggi razziali, anche oggi la Chiesa ricorda che il razzismo, sotto qualunque forma, è una vera apostasia. E che, spiritualmente e umanamente, non esistono stranieri. Esistono solo persone.

Marco Baratto

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